Nelle oltre 7000
isole dell’arcipelago delle Filippine si praticava
il Kali,
un’antica ma poco conosciuta arte marziale,
termine il cui significato è incerto: secondo alcuni
è la contrazione di due termini KAmot (corpo)
LIhook (movimento); secondo altri indicava un
particolare tipo di lama, Kalis o Keris
o Kris; oppure potrebbe testimoniare un
qualche coinvolgimento col culto della Dea Kali,
come molti sostengono.
Dal
XVI – XVII secolo in poi l’arte marziale fu anche
chiamata Escrima, Arnis de mano o Arnis, a
testimonianza di come la colonizzazione spagnola
avesse influito sulle popolazioni autoctone.
Se le origini e il nome
sono oscure e confuse, il programma tecnico è
alquanto sfuocato; il Kali, infatti, non è mai stato
codificato in stili, ma praticato con caratteri
propri in ogni isola o villaggio. Secondo la
tradizione, prima della colonizzazione ispanica il
Kali veniva insegnato in scuole dette bothoan
e ogni regione aveva il suo metodo particolare; dopo
il XVIII secolo gli invasori, riconoscendo in esso
un pericoloso strumento di offesa e un mezzo di
identità culturale, lo vietarono costringendo i
filippini a celarne i movimenti in danze sacre e
folcloristiche cambiando così il sistema di
insegnamento. Solo agli inizi del XX secolo il Kali
riemerse dalla clandestinità, furono fondate
numerose scuole e associazioni e dagli anni ’80
entrerà alla ribalta internazionale
grazie a una generazione di maestri formatisi sotto
la guida di filippini trasferitisi negli Stati
Uniti, principalmente, in due massicce ondate
migratorie, negli anni ’30 e negli anni ’50.
Inizialmente l’arte era trasmessa con un criterio
tradizionale, ovvero senza un programma preciso;
ogni maestro insegnava un aspetto del vasto
repertorio del retaggio marziale del Paese
d’origine, solo dalla seconda metà degli anni ’60 il
Kali iniziò a essere strutturato per essere
praticato in palestre e club, da giovani maestri che
sentirono l’esigenza di conformarsi alla mentalità
occidentale e con un approccio moderno.
Pur avendo in comune un vasto repertorio tecnico e
un insieme di principi teorici, ogni metodo tende a
enfatizzare un aspetto anziché un altro. In linea di
massima possiamo affermare, comunque, che il Kali si
struttura in due branche: a mani nude e con le armi;
la prima è suddivisa in quattro aree, di cui la
prima si riferisce al settore dei calci (Sikaran),
la seconda a quello dei pugni (Panantukan), la terza
a quello del “Trapping” (Hubud Lubud) e la quarta a
quello della lotta (Dumog). Il repertorio delle armi
è vastissimo: bastoncino di 15-20 cm (tabak maliit),
bastone corto 60-70 cm (olisi), doppio bastone corto
(doppio olisi o sinawali), bastone lungo (bangkaw),
lancia (sibat), flagello (olisi tuyok), una gran
quantità di armi da taglio lunghe e corte (Kris,
Barong, Kampilan, Bolo, Golok, Pinunte, Balisong,
ecc.) e la tecnica della “Espada y daga”, mutuata
dal particolare metodo di combattimento spagnolo con
una spada impugnata con la mano destra e una daga
con la sinistra.
Tra gli aspetti teorici più interessanti del Kali ci
sono i concetti di intercambiabilità dell’arma
e la reversibilità dei principi: con il
primo si intende l’apprendimento di una metodologia
nel maneggiare le armi che può essere poi applicata
a qualsiasi strumento, sia esso un bastone, una
spada, un pugnale o semplicemente le mani nude; con
il secondo si evidenzia che è più funzionale avere
un'unica soluzione per diversi problemi, piuttosto
che trovare una risposta specifica a ogni singolo
caso; ma di questo parleremo nei prossimi capitoli,
per il momento occorre capire che il Kali è una
disciplina che si colloca in un ambito geoculturale,
il sud-est asiatico, diverso dalle arti marziali
orientali più note, quali il Kung Fu, il Karate, il
Tae Kwon Do, ecc., le quali, con le loro diversità,
sono ascrivibili a una matrice comune, ovvero l’arte
marziale cinese.
L’insieme delle isole e penisole che si dipanano tra
India e Cina e che danno vita a Paesi quali
l’Indonesia, la Malesia, le Filippine, la Birmania,
la Tailandia, il Borneo, il Vietnam, ecc., hanno
avuto un’evoluzione storico-sociale frutto di un
sincretismo di religioni, culture e tradizioni, tale
per cui la loro civiltà e la loro produzione
artistica, letteraria, architettonica, ecc. sono tra
loro affini ma del tutto originali rispetto al
resto dell’Asia; naturalmente anche le arti marziali
risentirono di questa situazione è per questo che
per comprenderle appieno occorre avere una visione
d’insieme.
Il
Kali filippino, il Silat indonesiano,
il Bersilat malese, il Bando birmano,
la Muay Thai tailandese, il Viet Vo Dao
vietnamita per le loro caratteristiche possono
essere prese in esame insieme; non siamo etnologi,
ma crediamo di non sbagliare affermando che, seppur
abbiano un denominatore comune, queste discipline si
sono sviluppate autonomamente.
Il sud-est
asiatico è composto da una miriade di isole,
isolette, penisole che nel corso della storia hanno
dato vita a regni, imperi o piccole comunità, molto
spesso in lotta tra loro; è tra lussureggianti
foreste e bianche spiagge che nacquero e si
svilupparono queste affascinanti arti marziali.
Venivano insegnate
a una ristretta cerchia di persone, in un ambiente
intriso di religiosità e misticismo, dove il
maestro, Guru, era considerato una guida spirituale
e il più delle volte era uno sciamano; l’allievo,
per diventare tale, doveva sottoporsi a un rito di
iniziazione, per purificarsi ed essere interiormente
pronto a ricevere gli insegnamenti. Questo rito
simboleggiava anche, quello che l’adepto era
disposto a “pagare” per essere accettato nella sua
nuova comunità.
A partire dal
XVI-XVII sec., le grandi potenze europee
(Portogallo, Spagna, Olanda, Inghilterra, Francia)
iniziarono a colonizzare il sud-est asiatico; il
tutto avvenne con grande spargimento di sangue. Le
popolazioni autoctone si difesero strenuamente,
combattendo a mani nude e all’arma bianca, ma nulla
poterono contro la straordinaria macchina bellica
degli europei; le potenze occidentali imposero nuove
usanze, religione, sfruttarono le risorse naturali,
vietarono molti usi e costumi locali, tra cui la
pratica delle arti marziali.
In questi secoli,
fino a tutto l’ottocento, si formarono sacche di
resistenza, società segrete, gruppi più o meno
organizzati che depredavano le navi o combattevano
con atti di guerriglia gli occidentali.
E’ questo un
periodo eroico e sotto molti aspetti romantico,
tanto da ispirare numerosi romanzieri, tra cui il
nostro Salgari che narrò le gesta di un coraggioso e
patriottico malese, Sandokan, e dei suoi fedeli e
abili guerrieri.
Le arti marziali
venivano insegnate segretamente e, spesso, alcune
tecniche o movimenti di piede erano calati nelle
danze locali; il ‘900 segna lentamente, ma
inevitabilmente, il declino delle discipline da
combattimento del sud-est asiatico, a causa della
loro sportivizzazione e contaminazione con altre
arti, tuttavia il Kali è riuscito a conservare il
suo fascino arcaico.